sabato 15 febbraio 2014

Altri cavalieri....altri nemici...

L'incipit:
"Re Carlo, il nostro magno imperadore,
stette per sette interi anni in Ispagna.
Fino al mar conquistò la terra alpestra,
e a lui d'innanzi caddero castella,
né un borgo, e non un muro, ancorché saldo,
rimase contr'a lui né città, tranne
Saragozza che sta su la montagna.
Re Marsilio la tien, che come a Dio
a Macometto serve e Apollo chiama:
ma sì non potrà far che mal nol prenda."

...........

E va Rolando senza compagnia
a cercar per la terra: e monti sale
e scende valli in traccia dei perduti.
E ritrova Gerino e il suo compagno
Geriero e Beringer; Sanson ritrova,
Ivo ed Ivorio e Angelier di Guascogna,
Ottone ed Anseis, Gerardo il vecchio
signor di Rossiglione. Uno per uno
prende quei morti corpi e sì li reca
dinanzi a l’arcivescovo Turpino
e li dispone in fila, a’ suoi ginocchi.
Non può frenar le lacrime il morente:
la man solleva a benedire e dice:
«Ahi! miei signor, quanto infelici.
 Sola mia suprema ambascia
non poter salutar pria de l’estremo
passo re Carlo, il grande Imperadore».
E ancor va Orlando per lo campo a torno,
e ritrova Oliviero, il suo fidato
compagno d’armi a’ piè d’un pino, steso
infra gli intrighi d’un rosaio selvaggio.
Stretto lo abbraccia e come può lo trae
presso a Turpino e in mezzo a gli altri prodi
su uno scudo lo adagia. Il benedice
e assolve l’Arcivescovo. La pena
e la pietà ne i cuor si rinnovella.
Orlando dice: «Mio compagno bello,
figliuol di Ranier duca possente
delle terre di Genova e Riviera,
per franger aste e fracassare scudi,io
v’abbia ne la sua gloria e v’incoroni
di sempiterni fiori. Anch’io son presso
a morir.........
......................

Già sente Orlando i brividi di morte.
Da le orecchie gli spiccian le cervella.
Pe’ suoi spenti baron grazia addimanda
e per l’anima sua a Gabriele
arcangelo. Morir vuol con le insegne
de la sua dignità: però l’eburneo
corno raccoglie, e con la destra impugna
la gloriosa Spada, iridi procede
verso la Spagna quanto può balestra
trarre un quadrello. In vetta di un poggiuolo
a l’ombra di due belli àrbori, in mezzo
a quattro salde pietre egli riverso
esausto cade sopra l’erba fresca.
È ormai presso a lui giunta la morte!
Son alti i poggi, e gli alberi giganti.

Quattro gran massi di forbito marmo
gravano a terra. Qui, tra l’erba verde,
cade Orlando sfinito; un Saracino
che fu già bello e di gagliarde membra,
ora di sangue lordo il corpo e il vòlto,
ancor vivo è tra i morti. Il Conte ha visto
s’erge a un tratto diritto, e su la preda
piomba d’ira e d’orgoglio in core acceso,
urlando: «Alfin sei giunto! Io questa tua
spada in Arabia vo’ portare», — Orlando
si sente tocco e alquanto si riscuote.
S’avvede Orlando che qualcun gli tasta
la spada, apre gli occhi e dice: «Io credo
che tu non sii de la mia franca terra:»
e l’Olifante che ancor forte stringe
nel pugno, gli rovescia atrocemente
su l’elmo aurogemmato, fracassando
l’acciar, la testa e le ossa, l’uno e l’altro
occhio fuori de l’orbita cacciando.
Quando a’ suoi pie’ morto lo vede, dice
Orlando: «Forse tu credevi impresa
facile, o reo fellone, osar toccarmi
contra ogni dritto? Non udrà tal fatto,
senza tenerti folle, uomo mortale.
Ecco intanto spezzato il padiglione
del mio corno d’avorio e in terra sparti
i bei frammenti, ed i cristalli e gli ori».
E si accorge di aver perduto il lume
de gli occhi, il Conte. Come può, si studia
d’essere forte e s’alza in piedi.
 E smorto in viso. Innanzi a lui è una gran pietra
bigia. Per doglia e per rancura, Orlando
dieci colpi di spada avventa acuti
sopra quel sasso. Stride il ferro, ma
non si rompe nè scheggia. Il Conte dice:
«Soccorretemi voi, santa Maria!
Ahi, Durendal, valida e forte, quanto
sventurata tu fosti! Eppur sí cara
ancor mi sei, ne la fortuna avversa.
Insiem vincemmo gran battaglie in campo,
molte acquistammo terre al gran reame
del nostro Re da la barba fiorita.
Un prode ti impugnò qual mai non ebbe
meglior la Francia. Da la man di un vile
tenga l’elsa tua bella Iddio lontana!»
Il pietron di sartegna Orlando fiede.
Stride la lama, non si spezza o scheggia.
E il Conte se ne duol così plorando:
«Ahi, Durendal, come forbita e chiara,
scintillante e lucente in contro al Sole!
Era re Carlo in valle Moriana
quando un messo dal ciel disceso, a lui
comandò che di te la destra armasse
di un conte capitano. Allora il magno
signor cortese al fianco mio ti cinse,
e gloriosa io ti menai, vincendo
con te, per te, nella comital terra
d’Angiò, in Brettagna, nel Poitou, nel Maine,
la franca Normandia vinsi e Provenza,
l’Aquitania conquisi e Lombardia,
tutta Romagna assoggettai e Fiandra,
tutta Baviera e Bulgaria e Pogliana;
diedi Constantinopoli in balìa
al mio gran Rege e Sassonia gli diedi
Galles e Scozia e lo special dominio
de l’Inghilterra. Molte terre e vaste
noi conquistammo insieme a Carlomagno
da la fiorita barba. Ora ho gran pena
per questa spada e gran dolor m’angoscia.
Mille volte morir, pria che vederla
in mano dei nimici. Iddio glorioso,
salva dal disonor la Franca terra!»



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